Aziende zombie: perché alcune sopravvivono ma non producono valore

Ti è mai capitato di entrare in un negozio che sembra sempre aperto, ma con gli scaffali fermi nel tempo, poche luci accese e nessuna novità? Le aziende zombie assomigliano a quel posto: sono vive, ma non crescono, non innovano, spesso non creano vero valore. Eppure restano in piedi, a volte per anni, come se avessero trovato un modo per “galleggiare” anche quando il motore è quasi spento.

Che cosa sono davvero le aziende zombie

La definizione che circola di più è semplice, e un po’ inquietante: sono imprese molto indebitate che riescono a coprire a malapena gli interessi sul debito con i propri risultati operativi, senza però riuscire a ridurre il capitale dovuto né a finanziare crescita.

Secondo criteri spesso adottati in ambito internazionale, per esempio quelli discussi da OCSE, si guarda a imprese con una certa anzianità (oltre 10 anni) che per più anni consecutivi non riescono a coprire gli interessi con la gestione caratteristica. In pratica, non stanno costruendo futuro, stanno soltanto rimandando il conto.

Perché sopravvivono se non producono valore

Qui arriva la parte che sorprende di più. Non è “magia”, è una combinazione di incentivi, paura di perdite e sostegni che, messi insieme, creano una specie di camera iperbarica finanziaria.

1) Sostegno esterno e rifinanziamenti continui

Molte zombie restano a galla grazie a:

  • rifinanziamenti che rinnovano prestiti in scadenza senza risolvere il problema di fondo,
  • crediti agevolati e moratorie che abbassano la pressione nel breve periodo,
  • sussidi o misure straordinarie che tamponano la liquidità.

Durante la fase pandemica, in Italia si è osservato un picco del fenomeno: si è parlato di oltre 40.000 imprese entrate nell’area “zombie”, con un rientro parziale successivo. Alcune stime citano anche interventi complessivi di alcuni miliardi tra 2020 e 2021 che avrebbero contribuito a “risanare” una quota significativa di queste realtà. Questo dettaglio è importante: non tutte le zombie sono condannate, alcune possono tornare sane se il sostegno è usato come ponte e non come stampella permanente.

2) Lo “zombie lending”, quando anche chi presta prende tempo

C’è un meccanismo poco visibile, ma decisivo: se una banca o un finanziatore riconosce subito che un’azienda non ce la farà, deve registrare perdite. Rimandare, invece, può sembrare la scelta meno dolorosa nell’immediato. Così il credito continua a scorrere, non perché l’impresa sia promettente, ma perché chi la finanzia evita di guardare in faccia il problema.

3) Fragilità strutturali, e in Italia pesano di più

L’Italia tende ad avere un’incidenza elevata di imprese fragili per motivi strutturali: indebitamento, margini bassi, scarsa capitalizzazione, e shock ravvicinati (crisi finanziarie, rallentamenti, pandemia). In questo contesto, la linea tra “azienda in difficoltà temporanea” e “zombie” diventa sottile, e spesso si resta sospesi troppo a lungo.

Il punto chiave: come fanno a “funzionare” senza crescere

Se dovessi visualizzarlo, immagina una barca che riesce a restare a galla svuotando l’acqua ogni ora, ma non ha la forza di riparare lo scafo. Le aziende zombie generano cassa per:

  • pagare costi operativi essenziali,
  • pagare interessi,
    ma non abbastanza per:
  • investire in innovazione,
  • assumere e formare,
  • ripagare davvero il debito,
  • riposizionarsi sul mercato.

Finché i tassi di interesse restano gestibili e il credito è disponibile, il gioco continua. Quando i tassi salgono o arriva uno shock, la fragilità diventa evidente.

Perché “non producono valore”, e cosa succede all’economia

L’effetto più dannoso è quello che molti chiamano congestione: risorse che potrebbero alimentare imprese dinamiche restano intrappolate.

In concreto:

  • il credito viene assorbito da attività poco produttive,
  • il lavoro resta in settori stagnanti invece di spostarsi verso aziende in crescita,
  • la concorrenza può trasformarsi in ribasso dei prezzi non sostenibile, perché chi non investe può sopravvivere solo comprimendo tutto.

Studi internazionali collegano la presenza di zombie a una riduzione della produttività aggregata, e il dato che colpisce è che non serve una maggioranza di zombie per fare danni: basta una quota persistente per rallentare il ricambio.

Come si esce da questo limbo, senza fare danni peggiori

La soluzione non è “chiudere tutto” di colpo. Serve distinguere:

  1. imprese recuperabili, con un piano credibile di ristrutturazione,
  2. imprese che sopravvivono solo grazie a ossigeno artificiale.

Strumenti utili includono ristrutturazioni del debito, incentivi a investimenti reali (non solo liquidità), e procedure che rendano più rapido il riutilizzo di capitali e competenze in progetti più forti.

E la domanda del titolo trova qui la risposta: alcune aziende sopravvivono perché il sistema, tra sostegni, rifinanziamenti e paura di perdite, le rende “stabili” nel breve. Ma non producono valore perché quella stabilità è immobilità, e alla lunga l’economia paga il conto in crescita più lenta e opportunità sprecate.

Redazione JukeBox News

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